Oltre il traguardo: Il re dei due mari

Castelfidardo, 14 marzo 2021

Fluttuanti ombrelli azzurri adornano le vie di Castellalto. I ciclisti vengono accolti da un affetto contagioso dai cittadini di un borgo caratteristico, situato sulla cima di un colle, in una strategica posizione panoramica, che permette di ammirare l’intera vallata del Tordino e anche il massiccio del Gran Sasso.

Il Team Eolo Kometa alla partenza di Castellalto.

Dei palloncini azzurri sventolano dal palazzo alle spalle del gruppo disposto sulla linea di partenza. Il direttore di corsa sventola la bandiera, dando così avvio alla temuta tappa dei muri marchigiani.

Primi chilometri di pianura, dove il verde dei campi sovrasta sui colori tipici del plotone. La fuga riesce a prendere il largo e il gruppo la lascia andare. Ci si avvicina a Castelfidardo, uno dei borghi meravigliosi delle Marche, famoso per la produzione della fisarmonica, nonché atteso finale di tappa. Arroccato su una collina di poco più di 200 metri, sarà sede del circuito finale di 23 chilometri che sarà ripetuto quattro volte e costringerà il gruppo a testarsi su due rampe che rischiano di rimanere pesantemente nelle gambe dei corridori.

I bordi delle strade sono colorati di azzurro; un azzurro che entra in contrasto con il cielo plumbeo che imperterrito si sfoga sul gruppo che a poco più di 90 chilometri dalla conclusione si ritrova ad affrontare per la prima volta il circuito attorno a Castelfidardo. La pioggia scende copiosa e dietro il gruppo inizia ad accelerare per andare a colmare quel gap di appena due minuti che lo separa dai 5 fuggitivi di giornata. Si passa sotto l’arco del traguardo e la pioggia inizia già a fare la prima selezione. Una selezione naturale che ha già scremato il gruppo in pochissime unità. Il gruppo, infatti, è in fila indiana e la fatica inizia già a farsi sentire nelle gambe. Davanti però è complicato mantenere un buon vantaggio perché dietro il plotone ha deciso di cambiare ritmo.

A poco più di 60 chilometri dalla conclusione della fatidica tappa dei muri, la strada dà la sua prima sentenza riducendo il gruppo dei migliori a tredici unità. Alcuni dei protagonisti più attesi vengono respinti dalla pendenza di un muro che non perdona. È bagarre in gruppo. Da dietro provano a ricucire il divario. Egan Bernal tira dritto e con uno scatto secco frammenta il gruppo. Qualcuno prova a rispondere. Gli vanno dietro in quattro. Ma gli altri non ci stanno, non vogliono lasciarli andare; sono troppi i ciclisti che vorrebbero alzare le braccia al cielo sulla linea bianca del traguardo.

Pioggia e vento si scagliano sulla corsa. Mathieu Van der Poel è costretto a staccare il piede dai pedali per bilanciarsi ed evitare di cadere. A 47 chilometri dalla conclusione passa sotto il traguardo in solitaria, con un gruppo dietro che cerca di mantenere sotto controllo il divario.

Mathieu Van der Poel si immola da solo verso il traguardo.

Mathieu è al comando delle operazioni. Il vantaggio continua a crescere. Il gruppo dietro continua l’inseguimento, anche se il freddo e la pioggia complicano queste delicate fasi di corsa. I ciclisti iniziano a coprirsi e si dirigono alle ammiraglie in cerca di uno smanicato o una mantellina per ripararsi dal freddo.  Un’inquadratura ci rimanda l’immagine di un Van Aert bagnato ed infreddolito. Lungo i bordi delle strade numerosi impavidi incitano i propri beniamini, sperando di donare un po’ di calore in questa classica giornata invernale.

La campana suona. L’ultimo giro del circuito ha inizio e a 23 chilometri dalla conclusione un assolo conduce Mathieu verso il traguardo. Il distacco cresce, sono tre i minuti che dividono il gruppo dalla testa della corsa. Un ciclismo nuovo, diverso, si fa spazio e va a riscrivere la storia. Non contano più gli schemi, i tatticismi, le strategie. Contano solo le gambe e il modo in cui le si fanno girare, la forza e la determinazione, il coraggio di rischiare e di lanciarsi all’avanscoperta. Non importa se la strada darà una sentenza diversa. Non importa se il traguardo è lontano. L’unica cosa che conta è mettersi in gioco e dimostrare a tutti, soprattutto a sé stessi, di potercela fare e di poter superare i propri limiti, perché “per ricostruirti più forte, devi prima soffrire”.

Tadej Pogačar tenta l'allungo, lasciando a Van aert il compito di rincorrerlo.

Quando ormai mancano 17 chilometri al finale di tappa Tadej Pogačar prova a rilanciare l’azione, lasciando a Van Aert il compito di inseguirlo e ricucire il distacco. Dietro la stanchezza e la pendenza iniziano a farsi sentire nelle gambe. La pioggia entra nelle ossa, bagna l’anima e un po’ anche il cuore. Molti protagonisti vanno in crisi e il Piccolo Principe accumula sempre più secondi di vantaggio.

Mathieu Van der Poel vede lo striscione dei meno cinque chilometri. Dietro uno scatenato Pogačar è lanciato all’inseguimento, non tanto per riprenderlo, dato che il vantaggio è abbastanza cospicuo, ma per distanziare ancora di più il divario con l’inseguitore Van Aert. Ormai sono cinquanta i secondi che dividono Van der Poel da Tadej quando ormai mancano soltanto 3 chilometri alla conclusione. Il Principe Azzurro è riuscito a recuperare ben tre minuti su un Van der Poel che si è lanciato alla ricerca della vittoria di tappa già ai meno 50 chilometri.

Tadej si avvicina pericolosamente, sono solo 20 i secondi che li separano. Un finale inaspettato che rimette in ballo la vittoria di tappa. Ultimi 1000 metri. Van der Poel prova a resistere al sopraggiungere di Pogačar, cerca di trovare le forze che ormai stanno per mancare.

Ultimi 300 metri, solo 10 secondi ballano tra i due. Ma Mathieu Van der Poel, nella tappa dei muri disegnata per lui, pur con il brivido finale, resiste alla sua crisi di fame e di freddo e va a conquistare il secondo successo in questa edizione della Tirreno-Adriatico, tagliando stremato il traguardo. Dietro però un altro show ha avuto luogo: quello del Principe sempre più azzurro che conquista la corsa dei due mari.

*(Immagini prese dal profilo Twitter @TirrenAdriatico, @EoloKometaTeam e @AlpecinFenix)

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