Si vede dagli occhi

Miriam ci racconta il suo amore per il ciclismo, la Roubaix e la scrittura

In attesa di tornare a vedere i ciclisti affrontare uno dei nemici più temuti, la foresta di Arenberg, ho pensato di onorare comunque una delle corse più belle al mondo, facendola raccontare da chi quel pavé lo ha calpestato, fotografato e reso protagonista di un romanzo senza eguali.

Nata in Brianza una calda notte di luglio del 1991, sogna di essere, in un’altra vita, un astronauta per poter vedere le stelle da vicino. Vive con tre gatti, odia il caffè e le bugie e ama l’odore delle foglie di menta che le ricorda l’orto dei nonni. Innamorata follemente del ciclismo lo racconta in tutta la sua essenza in un blog aperto per gioco nel 2012. Un incontro fortuito e improvviso con un libro le ha aperto gli occhi e cambiato la vita. Questa e molto altro è la mia amica Miriam Terruzzi.

Miriam Terruzzi a Siena.
  • Iniziamo con una domanda scontatissima: come ti sei avvicinata al ciclismo?

[Ride] Seppur scontata ti dico che non è così facile rispondere. Da ragazzina non seguivo le corse, poi per caso ho iniziato a guardarle in televisione, senza sapere neanche io il perché. Un giorno sono andata a vedere la Coppa Agostoni che si corre qui, in Brianza. Ho visto un ciclista attaccare su uno strappo ed è scattato qualcosa. Ripensandoci adesso, questa cosa degli attacchi torna in tutta la mia storia. Quel giorno – era il 2011 – qualcosa è cambiato. Ho provato a scrivere le sensazioni di quel giorno e un mio amico, leggendole, mi ha detto: «Ma perché non apri un blog?». Ero un po’ indecisa ma poi mia madre – che è un po’ l’ago della bilancia della mia vita – mi ha convinta e così nel 2012 ho aperto “E mi alzo sui pedali.”
All’inizio scrivevo ciò che vedevo dal divano di casa. Poi piano piano ho capito che c’era qualcosa di speciale nelle corse viste dal vivo e che bisognava differenziarsi dalla cronaca. Ho iniziato così a raccontare il “dietro le quinte” del ciclismo ed eccomi ancora qui. 

  • E quindi tu scrivevi già da prima o hai iniziato quel giorno lì?

Scrivevo già da prima. L’ho sempre fatto. Ho scritto il mio primo romanzo mentre frequentavo gli ultimi due anni di liceo. 

Sì. Poi l’ho concluso nell’anno successivo alla maturità. Il ciclismo è venuto dopo e si è intrecciato con la scrittura.

Lo strappo di Calò, caretteristico della Coppa Agostoni.
  • Quindi è stato abbastanza semplice legarli.

Direi di sì. Poi il mio modo di scrivere è cambiato grazie a tante contaminazioni esterne e il blog ne ha subito le conseguenze. Ho iniziato annotando la cronaca e poi, andando alle corse, mi è sembrato automatico trasformarlo in un diario di viaggio. Ho sentito l’esigenza di dargli un’identità diversa, di renderlo unico. 

  • È a tutti gli effetti il tuo diario di vita.

Esatto, e a me piacciono molto i diari. Ogni volta che leggo quelli degli autori classici, vorrei avere anche io delle pagine per me stessa, da rileggere. Ci ho provato più volte a tenerne uno, però mi rendo conto di non essere costante come vorrei. Ultimamente mi sono detta che io il diario ce l’ho ed è emialzosuipedali… solo che…ok, lo leggono tutti! [ride]

Il colore azzurrino caratteristico del Velodromo di Roubaix
  • Possiamo dire che la tua scrittura si è evoluta con te.

Sì, la scrittura è stata la mia salvezza sempre. Un modo per tirar fuori quello che avevo dentro ma anche per farmi capire che la realtà mi stava parlando e che quello che mi stava dicendo doveva essere decifrato.

  • Qual è il ricordo più bello che hai legato al ciclismo?

Il ricordo più bello non lo posso raccontare. Però ti posso dire che l’anno più speciale vissuto in questo sport, nel bene e nel male, è stato il 2019 perché è stato pieno di cose magiche, straordinarie. 

  • Mi rendo conto che non sia facile rispondere. 

Negli ultimi due anni ho capito che la strada è la sola via in cui puoi sentire, in un certo senso, la spiritualità del ciclismo. Succedono certe cose che nella realtà non ti spieghi.
Penso che si crei una specie di legame tra chi sta a bordo strada e chi sta correndo. Non dimenticherò mai una cosa che mi è stata detta: «Quando un ciclista è allo stremo della fatica, sente tutto». Generalmente uno pensa che in quei momenti il corridore sia in una bolla, ma non è così: quando è sulla soglia del dolore, quello è l’istante in cui succede il miracolo.

  • Penso che chi lo guarda soltanto dall’esterno non si renda conto di quello che significhi per chi ama il ciclismo stare a bordo strada per ore ed ore, con qualsiasi condizione atmosferica, pur di vedere e vivere quel secondo di corsa. 

È una cosa inspiegabile. Però, in un certo senso, è come descrivere l’amore: faresti di tutto per poter vedere una persona che ami, fosse anche solo per due secondi. 

  • Verissimo! Parliamo ora di una gara nello specifico, che doveva svolgersi oggi ma a causa della situazione pandemica è stata spostata ad ottobre e che è la protagonista di uno dei tuoi romanzi: la Parigi-Roubaix.  Tra tante corse che ci sono sul panorama ciclistico, come mai proprio questa? 

Perché la Roubaix è la regina di tutte le gare. È unica. Ho scelto questa corsa perché il carattere del personaggio aveva bisogno di un tracciato molto esigente, sul quale non si può vincere da un giorno all’altro. 

La freccia che indica la strada per raggiungere la Foresta di Arenberg.
  • Prima leggevo una frase di Filippo Pozzato «Non si può capire cosa sia la Foresta di Arenberg senza aver corso la Parigi-Roubaix. È qualcosa di impossibile da descrivere: solo lì ti senti davvero nel cuore dell’Inferno del Nord».

Mi ricordo la prima volta che ho visto la Foresta. Ero in Belgio con la mia amica Micaela, per lavoro. Pioveva tantissimo. Con l’aiuto del navigatore abbiamo provato a raggiungere Arenberg e, quando siamo passate per Wallers, ho avuto la sensazione di conoscere già quei luoghi. Scrivendo il romanzo, ho passato delle ore su Google a studiare i paesaggi e i settori, per cercare di essere il più veritiera possibile; così, quando ho visto le casette sulla sinistra tutte uguali, la strada, la Chiesa, la miniera, è stato davvero emozionante. E poi d’improvviso la Foresta là in fondo: non siamo riuscite a trattenere le lacrime e siamo state ad osservarla per cinque minuti buoni. Una prospettiva di alberi neri dove tu riesci comunque a vedere il fondo bianco di Arenberg, come una luce in fondo al tunnel. Ricordo che dopo ci siamo fermate in una piccola locanda per mangiare qualcosa. «Ma voi siete qui per il ciclismo?» ci ha chiesto la cameriera, «Sì, ma come fa a saperlo?» «Si vede dagli occhi». Sono esperienze mistiche che ti fanno capire cosa sia veramente questa corsa. 

  • Dalle tue parole si evince quanto la Roubaix sia importante. Volevo chiederti qual è il ricordo più bello che hai legato a questa corsa?

C’è stato un momento che Micaela ha immortalato in una foto. Lo stesso giorno in cui abbiamo visto la Foresta, siamo andate anche al Velodromo. Siamo entrate. Non c’era nessuno. Ricordo che piovigginava. Abbiamo fatto un giro lungo l’anello e, nel momento in cui sono arrivata sulla linea bianca del traguardo, è uscito improvvisamente uno squarcio di sole. In questi momenti ti rendi conto che niente è per caso. Il ciclismo insegna a tutti quanto sia importante far silenzio ed ascoltare, capire. Penso che l’universo trovi sempre il modo di mandarti dei messaggi.

Miriam al Velodromo di Roubaix.
  • Magari a chi piace il ciclismo arrivano attraverso di esso…

Certo, ad altri arrivano attraverso altri modi. 

  • Dato che si è parlato della foresta di Arenberg, avrei una domanda un po’ curiosa da farti riguardo la bella pecorella nera di peluche che ti porti sempre nei tuoi viaggi. Volevo sapere, da dove è nata l’idea di crearle un profilo e farle fare le foto con i ciclisti?

[Ride] Questa è bella da raccontare. Sempre quell’anno, eravamo in Belgio per seguire le corse fiamminghe. Un giorno siamo andate a Roeselare a fare colazione e siamo entrate a fare un giro in un Tiger. Abbiamo visto questo ammasso di pecorelle di peluche e una in particolare che ci fissava. L’abbiamo comprata e portata in giro con noi, decidendo di chiamarla Arenbeeerg. La sua storia è quella di una ribelle pecora nera che viene liberata dalla prigionia di un negozio e che, seppur piccola, con il suo coraggio realizza tutti i suoi sogni. È stata ovunque. Ha fatto foto con Peter Sagan e con Mads Pedersen alla sua prima gara in maglia iridata. Un giorno gliene ho scattata una con Gianni Moscon alla partenza della Coppa Agostoni che poi ha vinto: da quel giorno è una sorta di portafortuna.

  • Ormai è una compagna di viaggio.

Sì, anche la gente ormai, quando mi incontra, mi chiede di Arenbeeerg. Soprattutto dopo il video di Sagan che fa la foto con lei [ride].

  • Ritornando un po’ al tuo romanzo Come un Rock volevo sapere da dove è nata l’idea di coniugare musica e scrittura, introducendo diverse canzoni, inserite all’interno di una playlist, che accompagnassero e rendessero più realistica la lettura?

È un esperimento che volevo fare. Mi piaceva l’idea di dare una colonna sonora alle scene più cruciali –  come succede nei film e nelle serie tv –  inserendo una canzone che si fondesse con la scrittura. Ho provato a scrivere dei passaggi ascoltando un determinato brano – cosa che non avevo mai fatto prima – pensando che sarebbe stato bello far uscire il romanzo accompagnato da una playlist in modo da creare una vera e propria esperienza da far vivere al lettore.

Come un Rock - Sagan 2018.
  • Brando, il protagonista del tuo romanzo, è ispirato a qualcuno in particolare?

Sinceramente il romanzo è influenzato da tutto quello che ho vissuto e percepito all’interno del mondo del ciclismo. Se quando mi ci sono avvicinata per me era una specie di sogno, con il tempo, entrando più nel profondo, ho capito che esistono persone che vogliono bene a questo sport e altre alle quali interessa soltanto avere buoni cavalli da corsa. I pensieri di Brando sono quelli di molti corridori, pressati dal risultato, dal contratto, pressati persino da loro stessi. Dal sogno all’incubo è un attimo. 

  • Il finale di Come un rock lascia molto spazio all’immaginazione. Senza fare troppi spoiler qual è quello che immagini tu? 

Immagino una lieta conclusione per Brando. Io sono amante dei finali aperti, tutti i miei romanzi ne hanno uno. Mi piace lasciare qualcosa per la fantasia dei lettori. 

Come un Rock
  • Bene, adesso, cambiando argomento, ti chiedo come e quando ti sei avvicinata alla fotografia.

Nella mia vita sono sempre stata autodidatta: mi piace imparare per i fatti miei. Guardo, faccio, sperimento…e la fotografia non è stata da meno. Ho iniziato a scattare foto per alleggerire il testo ed evitare di prenderne da altri. 

  • Quindi è stata più una necessità che una passione?

Sì, esatto. Chiaramente mi piace cogliere il momento… probabilmente è quello che dicono tutti i fotografi [ride]. 

  • Qual è la foto più bella che hai scattato? 

Eh, questa è un’altra bella domanda. Non saprei scegliere. In realtà ho capito che non è tanto la foto quanto la storia a fare la vera differenza. Significativo è uno scatto che ritrae un tifoso sull’Alpe D’Huez, avvolto nella bandiera del Leone delle Fiandre, mentre offre una birra a un corridore. La didascalia che accompagna questa foto dice «Vi prego, non dimentichiamoci mai che il ciclismo ci ha voluti fratelli», per sottolineare come questo sia uno sport universale, che ci rende uniti come una famiglia. Quel giorno Vincenzo Nibali era caduto a causa di un tifoso. Ricordo che avevo atteso la corsa su una curva con alcuni ragazzi francesi che amavano Vincenzo e che hanno appreso la notizia dell’accaduto con molta tristezza. Questa cosa mi ha fatto riflettere e capire che il ciclismo non può essere un mezzo per veicolare odio, non quando si condivide ogni cosa: la fatica, il sudore, l’attesa.  

Sull'Alpe D'Huez un tifoso indossa la bandiera del Leone delle Fiandre e porge la birra ad un ciclista in azione.
  • Ci avviamo ormai verso il dunque ed ho pensato di fare una cosa un po’ particolare. Ieri mi sono divertita a leggere la tua rubrica 5odomande e mi sono segnata un po’ di domande che ora rigiro a te. Miriam in tre parole.

Protettiva, combattiva, creativa.

  • La fotografia in tre parole.

Luce, istante, velocità.

  • Come un rock in tre parole.

Redenzione, sogno, guerra.

Beat, viaggio, salvezza.

Il tatuaggio di Miriam: beat.
  • Il ciclismo in tre parole.

Amore, scatto, attacco.

  • In cosa crede Miriam?

Credo nel destino e nel bene che ritorna.

  • Pregi e difetti di Miriam.

Difetti: sono molto critica e severa con me stessa e mi lascio trasportare spesso più dal cuore che dalla testa. Pregi: quando amo qualcosa o qualcuno lo difendo a spada tratta, non mollo facilmente e sono fedele.

  • Tra tutti i tuoi viaggi ce n’è uno che ti ha aiutata a guardarti dentro?

A loro modo tutti, perché ogni viaggio ti fa capire fin dove puoi arrivare. Le trasferte in Belgio mi hanno riconciliato con me stessa, mi hanno fatto sentire la vicinanza di qualcosa che va oltre la realtà. Per me conta anche che un viaggio mi sia di ispirazione.

Miriam Terruzzi in Belgio.
  • C’è un libro che puoi dire ti abbia cambiato la visione della vita?

[Ride] Questa qua è facile: Sulla strada di Jack Kerouac.

  • Dal 2012 fino ad oggi quante cose sono cambiate? Chi è oggi Miriam?

Sono cambiate tantissime cose. È cambiata la mia visione del ciclismo, della scrittura, della vita. Sinceramente non so chi è oggi Miriam. Prima paradossalmente era tutto abbastanza chiaro – cosa fare e come essere – adesso non so bene dove stia andando. In questi ultimi anni mi sono fatta guidare dalle sensazioni. Come un corridore sa il posto giusto dove attaccare, anche io vorrei saperlo e vorrei che sia sempre l’istinto a dirmelo. Non so ancora quale sia la mia missione su questa terra, ma la scoprirò.

Seguila anche su Instagram: @emialzosuipedali

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